Una firma nell’immagine | Adelaide Mati

Ritratto ravvicinato di Adelaide Mati su sfondo rosa chiaro

Adelaide Mati lavora tra due posizioni dell’immagine: davanti all’obiettivo, come modella; dietro, come direttrice creativa. Artemisia Magazine nasce nello spazio tra queste due prospettive.

Con lei abbiamo parlato di libertà, del corpo quando diventa parte del lavoro, di una propria misura e di ciò che accade quando si smette di voler prevedere tutto.

Davanti e dietro l’obiettivo

Adelaide Mati con cappello di paglia e abito bianco, seduta su una sedia

Adelaide Mati
Modella e direttrice creativa italiana. Dopo aver vissuto ad Amsterdam, si è trasferita a Tokyo, dove ha costruito il proprio percorso nella moda. Oggi lavora davanti e dietro l’obiettivo ed è Creative Director di Artemisia Magazine, progetto editoriale dedicato a moda, cultura, corpo e identità.

Sato: Oggi lavori come modella e Direttrice creativa. Come convivono questi ruoli nel tuo lavoro?

Mati: È ancora davanti alla videocamera che mi sento più libera. Nei miei contenuti e nei progetti personali, però, costruisco anche ciò che sta dietro: l’idea, l’immagine, il modo di raccontarla.

I due ruoli sono diversi, ma mi interessa sempre di più il punto in cui si incontrano.

Sato: Come è nato Artemisia Magazine?

Mati: Sentivo il bisogno di lasciare qualcosa di mio in una forma più compiuta, anche sulla carta. Da piccola sfogliavo riviste in cui tutto sembrava perfetto — le modelle, gli abiti, le immagini — e mi chiedevo cosa ci fosse dietro.

Nella moda ascoltiamo molto chi costruisce l’immagine. Meno spesso chi presta a quell’immagine il proprio corpo e il proprio volto.

Artemisia nasce anche da questa domanda.

Il primo volume partiva da Tokyo. Nel secondo siamo entrati più direttamente nel corpo, negli standard di bellezza, nell’autostima e nell’imperfezione.

Sato: In Artemisia c’è anche molto colore. Da dove nasce?

Mati: Sicuramente da mia madre. Mi ha sempre insegnato a riempire la vita di quanti più colori possibile: nei vestiti, negli oggetti, nelle piccole cose che durante una giornata possono portarti un po’ di felicità.

Dice sempre che avremo tutta la vita dopo la morte per vedere il nero. Finché siamo vivi, tanto vale usare i colori. È anche per questo che il colore ha tanto spazio in Artemisia.

Volevo che fosse qualcosa da leggere, toccare, scrivere. Qualcosa davanti a cui non restare semplicemente passivi.

Il permesso di sbagliare

Adelaide Mati seduta in uno studio fotografico, con lo staff al lavoro sullo sfondo

Sato: Come sei arrivata davanti a una macchina fotografica?

Mati: Quasi per caso. Prima volevo essere cantante. Un giorno stavo aspettando il risultato di un’audizione di canto. Era andata male e, più o meno nello stesso momento, un fotografo mi ha proposto di fare delle foto insieme.

Non avevo mai pensato seriamente di fare la modella. Conoscevo i canoni dell’industria e sapevo di non rientrarci, soprattutto per la mia altezza.

Quindi ho provato quasi per gioco. Poi mi sono trovata davanti alla macchina fotografica e ho sentito qualcosa che non mi aspettavo.

Mi sentivo libera. Potevo esprimermi senza vedere subito la reazione degli altri. Ripensandoci, credo fosse qualcosa che cercavo già nel canto: tirare fuori una parte di me senza doverla necessariamente spiegare.

Ero ancora alle superiori. Fino a quel momento, era stata la prima cosa capace di farmi sentire così viva.

Sato: E da quel primo incontro con la fotografia, come sei arrivata fino al Giappone?

Mati: Prima del Giappone mi sono trasferita ad Amsterdam. All’inizio volevo semplicemente imparare l’inglese, ma vivere lì mi ha dato molto di più.

Sono cresciuta in una città piccola, dove tutti si conoscono. Non ero davvero timida, ma spesso tenevo dentro quello che pensavo perché sentivo molto vicino il giudizio degli altri.

Ad Amsterdam ho scoperto una sensazione diversa. Era permesso sbagliare. Era permesso esprimersi. Potevi provare a essere chi volevi senza dover giustificare continuamente ogni scelta. Da Amsterdam è poi arrivata la possibilità di venire in Giappone. È qui che fare la modella è diventato davvero il mio lavoro.

La propria misura

赤い衣装をまとい、暗い背景の前でカメラを見つめるAdelaide Matiさん

Sato: Come modella entri spesso in un’immagine pensata da qualcun altro. Quanto spazio senti di avere per portare qualcosa di tuo?

Mati: Una parte del mio lavoro consiste inevitabilmente nel rispondere a quello che gli altri si aspettano. Ma cerco sempre di andare un po’ oltre. Non voglio ignorare ciò che mi viene chiesto. Voglio partire da lì e aggiungere qualcosa di mio.

Preferisco partire con qualcosa in più e poi toglierlo, piuttosto che lasciare la sensazione che manchi qualcosa. Vorrei che in quello che faccio rimanesse sempre un po’ della mia firma.

Sato: Nel tuo lavoro, che rapporto hai avuto con gli standard fisici della moda?

Mati: Entrando nella moda, la mia percezione di cosa fosse un corpo magro, o semplicemente normale, ha iniziato a cambiare. Quando vieni guardata continuamente attraverso certi criteri, rischi di adottarli anche nel modo in cui guardi te stessa.

Il rischio è smettere di vederti come una persona e cominciare a vederti soltanto come una modella.

Sato: E nel tempo, è cambiato il modo in cui guardi il tuo corpo?

Mati: Ho cercato di ricordarmi che il lavoro non deve rovinare la mia autostima e non può condizionare il rapporto che ho con il mio corpo. È qualcosa che trovo particolarmente delicato per le ragazze molto giovani. Se cresci pensando che il tuo corpo debba piacere prima agli altri e poi a te stessa, quel bisogno può accompagnarti a lungo.

Alla fine ho preferito lavorare meno, ma in modo più felice, piuttosto che lavorare di più a costo di avere un corpo non sano.

Quando guardiamo un’immagine perfetta pensiamo spesso che quella perfezione sia irraggiungibile.

A volte non lo è.
La domanda è: a quale prezzo?

Sato: E cosa cambia, per te, quando sei dietro l’obiettivo?

Mati: Questa è una cosa su cui non credo di essermi mai fermata davvero a riflettere ad alta voce. Quando fai la modella, traduci con il corpo la visione di qualcun altro. Da Creative Director, invece, devi vedere il potenziale di una persona e capire come possa dare vita a un’idea.

Per me è un po’ come il rapporto tra una ballerina e un coreografo. Il coreografo vede l’insieme; la ballerina lo fa vivere attraverso il corpo. Sono posizioni diverse, ma entrambe fanno convergere il lavoro di molte persone in qualcosa di unico.

Sato: Quando dirigi una modella, cosa osservi?

Mati: Ogni modella ha punti di forza e insicurezze diverse. Cerco di capire quando ha bisogno di essere guidata e quando, invece, bisogna lasciarle spazio.

La cosa che mi piace di più è quando il set diventa quasi un parco giochi: quando può provare, muoversi e divertirsi senza sentire di dover semplicemente eseguire.

Per me quella libertà fa parte della bellezza della moda.

Dove porta il vento

Lei card diffuser nella camera da letto di Adelaide Mati, accanto a un vaso e alcune candele

Sato: Guardando avanti, che cosa vorresti esplorare di più nel tuo lavoro?

Mati: Vorrei far incontrare ancora di più le due parti del mio lavoro. Nei miei progetti personali succede già: sono davanti alla fotocamera, ma sono anche la persona che pensa e dirige ciò che accade dietro. È probabilmente lì che mi sento più libera.

Vorrei portare questa parte di me anche in Italia, lavorare con alcuni brand e sviluppare nuovi progetti. In Giappone, allo stesso tempo, ho trovato un equilibrio e qualcosa che sento come casa. Non so ancora esattamente come dividerò il mio tempo tra Italia e Giappone.

Sato: Come è entrato il Card Diffuser di Lei nella tua quotidianità?

Mati: Lo tengo in camera da letto. Mi piace non solo per la fragranza, ma anche come oggetto, e ormai fa parte naturalmente dello spazio in cui vivo.

Al mattino, quando mi sveglio, sentirne il profumo leggero mi accompagna nell’inizio della giornata. La sera, invece, mi sembra che quel profumo mi aiuti a tornare semplicemente a me stessa.

Sato: Senti il bisogno di avere già un piano preciso per i prossimi anni?

Mati: Non troppo. Puoi fare dei piani, ma poi arriva una piccola porta che non avevi previsto. E, se la apri, magari ti porta altrove. A volte bisogna semplicemente seguire il vento e vedere dove porta.

Adelaide Mati: Instagram

Visita Lei

A Tokyo, Lei In Praise of Shadows si può vivere nello spazio: attraverso il profumo, la luce, i materiali e l’atmosfera silenziosa del flagship store.
La collezione può essere esplorata anche online.

Lei In Praise of Shadows Flagship Store
UEHARA TERRACE 1F, 1-30-12 UEHARA, Shibuya-ku, Tokyo, Japan

Lei : Website
Lei : Instagram

Lei Journal

Ciò che resta non detto.
Ciò che vive dietro la luce.

Ci sono valori che emergono solo quando lo sguardo si posa su persone e spazi che custodiscono un centro silenzioso.

Lei Journal nasce da questa attenzione.
Attraverso l’idea giapponese di In Praise of Shadows, racconta persone, luoghi e modi di lavorare che prendono forma nell’ombra.

この記事を書いた人

Nobuaki Sato

Brand Manager of Lei
He was born in Kanagawa, Japan.
A polyglot fluent in Japanese, English, Italian, Spanish, French, and Portuguese. Lived in Italy and Spain to play Football. Joined Lei in 2022 after being inspired by Lei00

・Hobbies: Football, Padel, Movies, Reading, Anime, Running
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